Lasciatemi provocare
Sono solo io a non trovare sconvolgente che una ragazzina di 12 anni venda delle sue foto osè per avere dei bei vestiti firmati?
In fin dei conti nessuno evidentemente le ha trasmesso valori alternativi a quelli dell'immagine e dell'apparire.
In fin dei conti viviamo in una società che instupidisce le menti e che trova lecito piegare le volontà altrui a quelle della media.
In fin dei conti nessuno insegna più a sognare.
In fin dei conti la prostituzione mentale, ben più remunerativa, è lecita e ben accetta dalla maggioranza del bel mondo.
La cosa che trovo sconvolgente invece è che a 12 anni già si vada a caccia di marchi e accessori.
Ma in una società attenta all'apparenza si insegna a cercare di sembrare al meglio e ci s'indigna quando per esserlo le ragazzine mettono a nudo le falle del sistema.
Prostituiscinti mentalmente, vendi la tua dignità intellettuale, piegati all'annullamento del pensiero, ma non mostrare le tette in giro!
Lo sapevo che non poteva durare...le cazzate ricominciano a viaggiare sui quotidiani on line.
Analisi delle cazzate sparate da Bresciani:
Io, come assessore, sto alle leggi e le applico. Ma in questo caso c´è un vuoto normativo di cui è responsabile il ministro Turco. Però, da un punto di vista scientifico, non ho nessuna difficoltà a dire che stiamo parlando di una pillola abortiva.
Anche se è classificata, a livello internazionale, come contraccettivo d´emergenza.
«Ma ci rendiamo conto di quello di cui stiamo parlando o no? La pillola del giorno dopo si basa su un intervento farmacologico ormonale che impedisce all´ovulo fecondato di annidarsi nell´utero. E quindi, anche se ufficialmente si parla di contraccezione d´emergenza, di fatto questo che cos´è, se non un aborto?».
Ennesima ed estenuante precisazione: la pillola del giorno dopo NON E' abortiva. E' una banale concentrazione alta del principo attivo della comune pillola anticoncezionale. Il suo scopo è quello di BLOCCARE l'ovulazione se si è in tempo. Se l'ovulo al momento dell'atto sessuale era già li bello e pronto la frittata è fatta. Prova del fatto che il principio attivo della pillola non è abortivo è il fatto che molte donne che fanno degli errori di assunzione dell'anticoncezionale ormonale (pillola, anello, cerotto) e restano incinte, anche se continuano fino a fine del blister (o del trattamento) ad assumere l'anticoncezionale non per questo abortiscono. Il discorso legato al non annidamento è piuttosto quello legato alla spirale. La spirale infatti non impedisce la fecondazione dell'ovulo (anche se quelle di ultima generazione spesso contengono anche un principio attivo che la rende poco frequente), ma si basa sul non annidamento dell'ovulo, anche di quello eventualmente fecondato.
Bellissime poi le parole rivolte alle donne che faticano a farsela prescrivere.
E quindi l´odissea della donne a caccia della pillola continua.
«Basta che trovino un medico che gliela prescriva e poi vadano in farmacia a comprarsela a 11 euro. Che poi ci siano attese, o che debbano andare da un posto all´altro per avere la prescrizione, non ci riguarda».
Certo! Il problema sono sicuramente gli 11 euro, non i medici che non la prescrivono.E certamente è bello che la cosa non riguardi gli amministratori....chi era già che aveva detto "Me ne frego" e quell'altro che aveva detto "Me ne lavo le mani"...mah...
Questo post potrebbe sembrare un tantino convulso e fuori tema, ma vi garantisco che ha un suo senso...
Si parlava in alcuni commenti di un problema spinoso (almeno per me che non ho alcuna competenza psicologica): il senso di maternità. Perchè in alcune persone si afferma dalla giovane età e in altre meno? Quando una donna inizia a sentirsi madre? Cosa c'è di così sconvolgente nelle donne che non possiedono il desiderio di maternità da renderle difficili da accettare dalla società?
Mi è venuto così un pensiero, un pò contorto, che vorrei condividere con voi, ma che non so se riuscirò a rendere ben chiaro.
Parlavo alcuni giorni fa di adozioni con un'amica in seguito alle vicende del parlamento europeo (possibile decisione a favore dell'adozione dei single e coppie di fatto). Lì per lì ho iniziato a riflettere sul significato dell'adozione e sul perchè di questa scelta.
Certo in molti casi l'adozione è l'unica via praticabile da parte di coppie che non possono avere figli naturali e fin qui la cosa è "pacifica".
In altri casi si tratta di uno spirito di condivisione e di amore che porta una coppia a voler farsi carico, magari insieme ai figli naturali, dell'accudimento e della crescita di chi non ha famiglia.
E anche qui la cosa fila abbastanza.
Diversa la questione di chi, pur potendo tranquillamente avere figli e non possedendo, almeno in apparenza uno sprito "caritatevole" decide di adottare.
Perchè? In effetti quando si parla di adozione viene quasi spontaneo pensare a coppie sterili. C'è poco da fare. O a persone molto buone. Io vorrei fare una specie di provocazione: potrebbe centrare qualcosa la maternità in senso stretto? Potrebbe essere una scelta non vincolata da altro se non da un' assenza di "animalesca" (nel senso buono del termine) spinta riproduttiva?
Ho usato volutamente domande forti...a voi la parola.
Avvisi: ho fatto alcune modifiche al blog, se qualcuno dei lettori fosse interessato ad essere inserito nella lista "Amici della 194" qui a fianco mi lasci un commento. Se qualcuno invece volesse postare qualcosa mi faccia sapere che gli manderò l'invito. Se qualcuno ha da segnalare o suggerire link di siti interessati...idem. E ora...il post di oggi.
Alcune riflessioni sparse...
Sono contenta del dibattito che si è creato nei commenti dei due post precedenti e sono contenta che questo blog venga letto e commentato anche da chi mette in discussione la 194.
Ho sempre voluto impostare un confronto e quindi eccomi qua a dire (o ribadire) la mia un pò per esteso, anche se in modo molto schematico.
-Non credo che la 194 dia diritto di vita e di morte alla madre sul bambino, ci sono dei vincoli e questi vincoli sono da rispettare.
-Definiamo cosa significa il diritto a decidere della donna e perchè io sostengo che vada affidato a lei e SOLO a lei. Un feto, al di sotto di un certo numero di settimane, non può vivere, nemmeno in incubatrice o con ausilio di macchine, fuori dal corpo della madre. Per questo non considero l'aborto un omicidio. Un omicidio è quando si priva della vita un individuo che la possiede in modo autonomo o che ha unicamente bisogno di alcuni "aiuti" (es un respiratore, un alimentatore...) per averla. Un feto entro i termini della 194 non ha questa possibilità. Per averla si dovrebbe parlare di utero artificiale, cosa che fa inorridire la maggioranza delle persone ivi comprese quelle che attaccano la 194. Quindi la donna non decide di privare un individuo della vita, semplicemente non accorda il suo appoggio affinchè la vita si sviluppi. Sembra solo un giro di parole, ma la differenza è sostanziale.
-Circa l'aborto per malattie gravi non credo si possa parlare di eugenetica o almeno non nel senso con cui viene intesa dall'opinione comune. Non si tratta di fare bambini biondi, più alti, femmine o maschi, ricci o lisci...ma di impedire che alcune malattie li portino alla morte in breve tempo. Eugenetica sarebbe obbligare le persone a non tenere feti affetti da mali tali. La scelta data dalla 194 è una scelta vera e propria. Nessuno obbliga nessuno ad abortire. Se i cattolici ultrapraticanti vogliono sensibilizzare le persone rispetto al problema, vogliono fare corsi, dibatti e seminari hanno tutto il diritto di farlo, ma lasciando poi libera scelta alla coscienza delle persone (la libertà di coscienza fra l'altro è qualcosa che il vangelo dipinge o sbaglio?). Io credo che chi accusa una donna di essere leggera o una madre snaturata se abortisce un figlio gravemente malato dovrebbe recarsi a fare visita ad alcuni istituti dove bambini e ragazzi affetti da tali mali vivono. Bambini che non parlano, non vedono, non si muovono, bambini vegetali, che non hanno rapporti col mondo esterno. Che vita è?
E chi siamo per dire ad una donna che non vuole vedere il figlio soffrire e morire in giovane età che è colpevole di chissà quale delitto?
Fra le altre porcherie italiane abbiamo fra l'altro una legge sulla fecondazione assistita che vieta le analisi pre impianto. Il che in sintesi vuol dire che: se hai una malattia ereditaria grave, come ad es. l'emofilia e fai una fecondazione in vitro, non hai il diritto di impiantare l'ovulo fecondato sano, ma quello di abortire quello che si scoprirà malato si.
Quello che spererei per l'italia sarebbe un mantenimento della 194, che ha fatto calare di motissimo il numero degli aborti. Che si facesse più prevenzione ed educazione sessuale. Che si modificasse la legge sulla fecondazione assistita. Che gli uomini smettessero di parlare a nome delle donne.
Non a caso tutto il polverone è stato sollevato da Ferrara, un uomo, che ha confessato di aver fatto abortire delle sue compagne e che non mi pare abbia gran esperienza nè scientifica nè umana in campo di figli, gravidanza e feti.
La sua lista è una porcheria strumentale.
E questo è quanto.
Le grandi interviste fra me e me*.
“Molti di coloro che si dichiarano contro l’aborto sostengono che sia un delitto equiparabile all’omicidio. Secondo te è corretta come definizione?”
“Secondo me non è assolutamente equiparabile. L’omicidio si compie nel privare una persona della vita; dobbiamo distinguere in partenza il concetto di persona dunque.
Alcuni sostengono, e io rispetto la loro opinione, che la persona sia già in fieri nell’utero materno, ma personalmente non posso condividere questa opinione.
A mio avviso l’omicidio si può compiere solo nei confronti di un essere autonomo, dotato di vita e in grado di sostenerla. Certamente l’embrione non è un essere inanimato, ma fino al terzo mese non è di certo in rado di sopravvivere autonomamente dalla madre.
Il neonato o il feto già sviluppato sono in grado di sopravvivere senza l’ausilio della madre (esistono macchinari che possono tenere in vita fino al compimento dello sviluppo i bambini prematuri e gli orfani possono essere accuditi da madri non naturali), ma il feto non formato se privato del ventre materno non sopravvive.
Dunque una condizione per la vita in questo caso è proprio la disponibilità della donna ad accoglierla. Ove non vi sia questa disponibilità la vita non può sussistere.
E’ certamente un concetto duro, ma reale.
Solo (forse) nel caso in cui vi fosse la possibilità per un embrione di poche settimane di sopravvivere grazie all’ausilio di macchinari fino al compimento dello sviluppo si potrebbe parlare di omicidio, ma sarebbe un’ipotesi inquietante, sarebbe la creazione del ventre artificiale, un’idea scientifica che la parte che si schiera in difesa della vita rigetta come disumanizzante.
Dunque si può affermare che nell’attuale situazione ove non vi sia volontà da parte della donna di portare avanti la gravidanza non sussiste nemmeno il discorso inerente al presunto omicidio.
Ed ecco perché è solo la donna a dover avere l’ultima parola circa la maternità, perché è la donna la condicio sine qua non della sopravvivenza stessa del feto.”
*Scrivo con un intento di palese provocazione nella speranza che si riapra il dibattito.
Buon 8 marzo! Un augurio speciale a tutte le donne affinchè non si dimentichino che la libertà da loro duramente conquistata può essere sempre messa in discussione, affinchè non dimentichino i loro diritti e se ne facciano promotrici verso le altre donne uguali a loro, ma con opportunità differenti, affinchè la parità non sia considerata come un'equiparazione totale all'uomo, ma una valorizzazione delle diversità e delle comunanze pur nell'ottica di un'identica dignità, affinchè questa festa non si riduca alla riproduzione di stereotipi maschili (spogliarelli e bevute) in rosa, ma conservi intatto il suo vero significato, affinchè ci si metta all'opera per conquistare quei diritti non ancora comuni e riconosciuti!
AUGURI A TUTTE!
Rieccomi...dopo settimane di latitanza ritorno e lo faccio con una nuova collaborazione. Questa volta vi propongo un post di Do Re Mi, già presente sul suo blog, che fa davvero riflettere su cosa vada fatto ora in Italia:
"...Verso ora di pranzo mi trovai in giro per casa G e la sua consorte C, entrambi abbondantemente minorenni e necessitanti di quella che tutti noi chiamiamo Pillola del Giorno Dopo.
Chiaramente erano già stati al consultorio locale, dove erano stati trattati a pesci in faccia e cacciati con qualche giro di parole tipico dei buffoni che lavorano da quelle parti.
Già tempo fa avevo avuto modo di testare il clima funereo e silente che circonda tale questione.
Inizialmente accadde sulla mia pelle di diciassettenne, quando constatai che il consultorio presente nel mio quartiere era divenuto un centro adozioni. In seguito andai in ospedale tre volte aspettando svariate ore, in quanto una delle infermiere aveva detto di provare più volte con i vari medici che si sarebbero alternati nel corso della giornata, anche se alla fine si rivelarono tutti Obiettori di Coscienza.
Fu così che optai per il mio temuto medico di base, che se ne fregò altamente della legge e mi disse: “Riferisci il problema a Mamma.”
Ma Mater non fu poi così felice vedendomi giungere nel suo prezioso ufficio presso una delle tante sedi del Ministero delle Finanze. In realtà percepii la sua ira divenire fuoco, finché non raggiunse i limiti di instabilità caratteristici dell’epoca in cui frequentavo il Pigafetta e avevo otto materie sotto.
In seguito la mia amica L ebbe lo stesso problema, così chiamai il numero verde dell’ospedale e l’omino, dopo aver intuito il problema, mi trattò come una troietta e mi indicò il consultorio chiuso. A quel punto gli risposi che sapevo bene dove si trovava e che era stato trasformato in qualcos’altro.
Lui disse che mi sbagliavo e riattaccò.
Ieri mi presentai nel simpatico reparto ginecologia con i due piccioncini.
G ispirava molta fiducia con le sue unghie laccate di nero, i capelli lunghi ben oltre le spalle, gli anfibi e il chiodo. C sfoggiava invece un’aura giustamente sconvolta, jeans tagliuzzati, capelli color Ziggy Stardust e mancanza artificiale di sopracciglia.
Rimasi per un’ora in sala d’aspetto riflettendo. Mi ero presentata allo sportello facendo richiesta della pillola. Dopo aver confermato il mio essere maggiorenne, favorii la tessera sanitaria. Mi fu detto di aspettare.
Per un’ora circa fissai il vuoto o pronunciai qualche frase di circostanza nel tentativo di sdrammatizzare. Alle cinque e mezza la solita infermiera che un anno fa mi rise in faccia mi avvicinò e mi disse che il medico presente era Obiettore di Coscienza e che non forniva la pillola neanche alle maggiorenni.
A quel punto la attraversai con uno sguardo glaciale e me andai con i due giovini al seguito.
C nel frattempo aveva già avvertito sua madre, che la attendeva a casa in preda all’Ira Assoluta.
Questa è la situazione in cui riversiamo noi giovani berici.
Posso dire di essere tutt’ora esterrefatta e vagamente desiderosa di picchiare qualcuno.
Colgo una certa crudeltà in queste attese inutili, un voler distruggere la psiche già destabilizzata delle ragazze che si vedono costrette a dover affrontare queste situazioni.
Mi sconcerta il fatto che nessuno abbia in qualche modo reagito. Qualche tempo fa su VicenzaAbc era stato pubblicato un lungo articolo sui consultori della città e sulla situazione generalmente destabilizzante in cui riversano.
Posso in qualche modo accettare l’idea che alcuni medici non vogliano fornire la pillola alle minorenni, in quanto si tratta comunque di una dose significativa di ormoni, ma non vedo con quale criterio possano negarla ad una maggiorenne.
Nonostante tutto ciò, potrei tentare di costruire un castello mentale per giustificare tutto questo, ma non c’è umanità dietro a chi fa aspettare delle ragazze per ore ed ore, conoscendo già la risposta che loro desiderano. In quelle situazioni la cosa più inaccettabile è lo scorrere inarrestabile del tempo, il terrore che quelle ventiquattro, trentasei, settantadue ore passino.
Quando successe a me ricordo che era già passato un giorno intero e che mi ero presentata per la terza volta in ospedale. Alle nove e mezza di sera arrivò la solita infermiera.
Mi mandò via dicendo di andare dal mio medico. Prima che abbandonassi il reparto mi ricordò con una faccia contorta in falsa preoccupazione di sbrigarmi, perché il rischio aumentava di ora in ora.
Ieri le avrei sputato in faccia, ma mi limitai a mantenere la mia usuale posa da ghiacciolo, che tanti criticano..."
Ecco, a questo punto io mi chiedo se sia davvero utile parlare di volontari per la vita nei consultori dato che i consultori non esistono e in molte città ci sono enormi carenze nel settore.Mi chiedo che senso abbia creare in persone già angosciate ancora angoscia e sofferenza, che senso abbia rischiare un aborto quando si hanno i mezzi per evitare i rischi dati da una situazione d'emergenza. Mi chiedo se al posto di una commissione d'indagine non sarebbe stato forse utile investire soldi e forze nel miglioramento delle strutture esistenti...La risposta forse soffia nel vento...
Leggendo i commenti al post precedente mi è sembrato interessante commentare il risultato di un sondaggio reso noto una settimana fa durante il tg tre delle due: la maggioranza di chi si dichiara credente, secondo il sondaggio, non condivide le posizioni della chiesa riguardo aborto, contraccezione e divorzio.
Il risultato è interessante se si pensa, come credo sia giusto, che la chiesa non sia fatta esclusivamente dalle alte sfere, ma anche e soprattutto dai singoli credenti.
La chiesa cattolica riguardo alla tematica della contraccezione e dell’aborto è chiara: la funzione dell’atto sessuale è quella della riproduzione, non si deve frapporre fra l’atto e il suo “risultato” alcun ostacolo. La gente però non la pensa così. Io credo che a questo punto esista un conflitto fra fede cristiana e sessualità, un conflitto di cui si deve parlare. Mi è capitato quest’estate di ascoltare alcune interviste a ragazzi coinvolti nella Giornata Mondiale della gioventù. A questi ragazzi chiaramente rivolti alla fede è stato domandato proprio cosa ne pensavano delle posizioni della chiesa su questi argomenti e se le condividevano.
Quasi nessuno dei ragazzi intervistati le condivideva. La chiesa tende a non parlare della questione perché comporterebbe una messa in discussione dei suoi precetti, ovvero l’aggiornamento o la condanna. Io credo che la chiesa abbia il diritto di mantenere le sue posizioni, ma abbia altresì l’obbligo dell’onestà e che i fedeli abbiano quest’obbligo. Mi spiego, qualcuno potrebbe credere vedendo i telegiornali o leggendo i giornali che in Italia ci siano due fronti, dello stesso spessore numerico, che si fronteggiano sul tema: i credenti e i non credenti.
Questo non è vero. Le persone che a livello mediatico parlano di uguaglianza dei due schieramenti mentono. Se infatti la maggioranza dei credenti è favorevole al mantenimento della legge sull’aborto e alla contraccezione e i laici sono sulla stessa posizione è chiaramente una minoranza quella che afferma la necessità di una revisione della legge e si dichiara contraria agli anticoncezionali.
Non solo la chiesa, ma chi in essa dice di riconoscersi dovrebbe riflettere sulla questione. Io in tutta onestà non mi sentirei di appoggiare “un’associazione”, e parlo volutamente in termini generici, che condanna una mia pratica di vita. Potrei dunque affermare di credere in dio, ma non nella chiesa.
Con questo io non credo che la soluzione sia un’apertura indiscriminata della chiesa alle nuove forme di relazione e stili di vita. Credo però che lo stato debba prendere atto che non è più la morale proposta dalla chiesa quella “di maggioranza” , quella in cui si riconoscono i cittadini. Le scelte di chi condivide questa morale vanno tutelate, ma io credo che non sia la 194 o una maggiore circolazione dei metodi contraccettivi a minarla.
Una persona che crede davvero nella morale proposta dalla chiesa non sarà certo “convertita” dalla presenza di un distributore di preservativi nella scuola o dalla presenza della possibilità di abortire.
La chiesa mostra tutto il suo disappunto, a mio parere, perché è pienamente cosciente che la maggioranza dei suoi fedeli appoggia queste cose e invece d’instaurare un dialogo (parlo sempre della alte sfere non dei singoli, perché sono le alte sfere che vengono messe di fronte all’opinione pubblica) preferisce fingere di non sapere e dare una condanna. Se tutti i ragazzi della Giornata mondiale della gioventù infatti si fossero posti il problema che il loro stile di vita sessuale veniva condannato dall’associazione che organizzava la manifestazione forse, e dico forse, ragionando onestamente non ci sarebbero andati. Su questi temi il rapporto con la chiesa è ovviamente infuocato, ma quello che credo è che lo stato debba rimanere fuori dai problemi di coscienza. Lo stato deve garantire le differenti possibilità al cittadino e poi sarà quest’ultimo che sceglierà, secondo SUA coscienza, cosa fare della sua vita privata. Imporre una morale è togliere la libera scelta al soggetto, quella libera scelta che stando ai testi sacri è stata sancita da dio.
E qui mi fermo perché non sono un’esperta di teologia (ma vedrò di procurarmene uno state certi =) ).
Breve e parziale riassunto a uso e consumo di Blanche e di chi vorrà e avrà la pazienza di leggere.
Di solito non parlo di me nel blog, ma stasera mi scuso se il post sarà convulso, un po’ disarticolato e parziale…sono molto stanca e la stanchezza gioca brutti scherzi.
ULTIMO RICHIAMO ALLA MANIFESTAZIONE DI DOMANI A MILANO E ROMA!
Stasera a otto e mezzo è andato in scena un dibattito sul aborto.
Poche parti in causa: mons. Miranda, la giornalista Roccella e la rappresentante dell’unione donne italiane.
Poche cose nuove sono state dette, alcune però degne di essere riportate anche se prevedibili.
Mons Miranda infatti ha messo il dito nella piaga sulla questione della libertà femminile: la donna dev’essere responsabile delle sue azioni.
A questo punto viene da chiedersi in quali contesti sia da considerarsi un’irresponsabilità l’aborto; a mio avviso lo è quando la donna è informata sui metodi contraccettivi, ne può usufruire e decide deliberatamente di non farlo pensando che tanto dopo si può risolvere comunque il problema.
Credo che siano poche le donne che fanno questo discorso, la maggioranza usa metodi contraccettivi e si verificano errori oppure non è sufficientemente informata (pensiamo alle adolescenti e alla penosa situazione dell’educazione sessuale nelle scuole).
E’irresponsabilità una volta appurato che non si desidera il figlio o non si è in condizione di tenerlo il decidere di non metterlo al mondo?
Sempre monsignore citava alcuni esempi di come, a suo avviso, sia una questione culturale legata all’individualismo il ricorso all’aborto.
Secondo monsignore e in parte anche secondo la Roccella infatti la maternità è vista come un ostacolo per la donna.
E lasciatemelo dire: lo è. E’una scelta che talvolta comporta sacrifici sul lavoro a cui il padre non è soggetto, sacrifici nella realizzazione personale oltre che di madre a cui il padre non è soggetto, privazioni (anche banali e semplici) a cui, di per se, il padre non è soggetto.
I casi citati riferivano di donne mature, con figli magari che decidevano di abortire per non avere magari il terzo figlio perché non lo desideravano.
Il discorso di mons Miranda si focalizzava su un punto chiave :La vita non desiderata va accolta comunque e la società di oggi afferma invece che ciò che non è desiderato va evitato.
A mio avviso la società non sbaglia. La maternità dev’essere vissuta con gioia, con affetto e desiderio altrimenti è mera riproduzione non genitorialità. La donna che sceglie di non avere altri figli può avere mille motivazioni, che nessuno magari si è sognato di esaminare.
L’aborto non è solo per le ragazze madri, per le donne povere e derelitte.
Il progresso, la cultura ci hanno insegnato che non siamo bestie, non ci riproduciamo solo per perpetuare la stirpe, ma perché abbiamo progetti d’amore nei confronti dei figli, vogliamo crescerli serenamente e dargli quanto più possiamo.
Sempre monsignore affermava che dovrebbe essere dato un ruolo più importante al padre nella scelta per legge. Il padre è importante, fondamentale, ma non è lui, per questioni di diversità biologica che nessuno spero metta in discussione, a portare avanti la gestazione, a partorire e a nutrire il figlio. Il padre, come diceva giustamente la portavoce dell’unione delle donne è individuo (solo, unico) la donna in gravidanza si sdoppia: è lei, ma anche altro. La donna subisce gli effetti corporei della scelta della gravidanza. Si parlava tanto d’individualismo, come se fosse una cosa sbagliata, come se i figli si facessero per un’entità superiore e non per se stessi. Bisogna ricordarsi che fare figli è prima di tutto una volontà personale di diventare genitori. Certamente questo non vuol dire che ogni bambino “non programmato” sia da rifiutare, ma la riflessione sul diventare genitori, sul desiderio di esserlo va fatta, prima (preferibilmente) o dopo l’atto sessuale.
Altrimenti si hanno casi di genitori che non svolgono il loro ruolo perché non lo sentono, perché mettono al mondo bambini, non fanno figli.
Si è parlato di contraccezione, poco però, perché è tabù. Il sesso è tabù.
Bello l’intervento della rappresentante dell’unione donne italiane sulla RU: infatti ha spiegato che non ha senso discutere sulla tecnologia, che di per se non ha etica, ma sulla cultura, sulla società in cui viene immessa. Non si può impedire il progresso della scienza, si può far si che le persone la utilizzino seguendo la razionalità. Si deve lavorare sulla promozione di una società meno legata al consumismo, alla perfezione, alla bellezza e allora le tecnologie verranno utilizzate per giusti fini.
Il problema non è la RU per chi la critica: è l’aborto e su questo si deve ragionare.E ora chiudo scusate…aspetto commenti per un dibattito più decente del post.
Domani a Milano e a Roma si scende in piazza per affermare che ogni individuo deve avere la libertà di scegliere per se stesso riguardo alle sue scelte esistenziali.
La legge deve tutelare tutti i cittadini. Non tutti i cittadini si riconoscono nell’etica cristiana.
Ieri Benedetto XXVI è tornato a “pontificare” (stranamente vicino alla data della manifestazione) condannando l’uso di farmaci che nascondano in qualche modo la gravità dell'aborto, come scelta contro la vita.. Grazie.
Le donne ringraziano per la considerazione che il pontefice dimostra nei loro confronti. Forse si crede ancora anacronisticamente che la donna si diverta ad abortire? Che lo faccia con leggerezza? Che lo ritenga un metodo contraccettivo? La gravità della scelta non verrà modificata dall’uso di nuove tecniche meno invasive. Verrà modificato il dolore fisico. A questo punto ritengo che per il papa il dolore fisico sia necessario per provare quello spirituale oppure che serva ad espiare un peccato di lussuria.
Penso.
E poi incalza con i pacs: Oscurare il valore e le funzione della famiglia legittima fondata sul matrimonio, attribuendo ad altre forme di unione i propri riconoscimenti giuridici, dei quali non vi è in realtà effettiva esigenza sociale, è sbagliato.
Per lei non ce ne sarà esigenza. Per le persone, e sono tante, che li richiedono, pare che questa esigenza ci sia. I tempi cambiano, non li si deve per forza assecondare, ma quando un popolo sovrano fa una richiesta credo sia dovere di uno stato discuterne. In più i pacs non ledono alcuna libertà altrui, sono un’opportunità in più, non in meno santità.
Su questo si divorerebbe riflettere.
E ancora una volta…TUTTI IN PIAZZA!!!
Caro anno nuovo,
mi aspetto grandi cose da te, sappilo.
Mi aspetto un risveglio delle coscienze di uomini e donne per i diritti civili e umani.
Mi aspetto un miglioramento delle condizioni di vita delle persone di qualunque sesso, appartenenza sociale e religiosa esse siano.
Mi aspetto un progresso verso una vera libertà di scelta e di azione.
Mi aspetto una rivalutazione dell’etica laica.
Mi aspetto il rispetto delle diversità di credenze e che le credenze si rispettino fra loro.
Mi aspetto un impegno concreto affinché dei problemi legati alle donne se ne parli, tutti i giorni.
Mi aspetto che si faccia lo stesso per gli uomini, i bambini e in generale il povero mondo in cui viviamo.
Mi aspetto un cambiamento.
Mi aspetto una grande mobilitazione di massa per gennaio a Milano.
Mi aspetto un ritorno alla “politica” fatta con il cuore.
Vedi tu se puoi fare qualcosa.
Mettiamo carne al fuoco.
In questo post vorrei parlare di due argomenti: la questione dell’immedesimazione e quella del significato attuale del femminismo.
Molte persone si definiscono personalmente contrarie all’aborto. La loro scelta è lecita. Ciò che le distingue dalle persone che definiscono immorale l’aborto è un termine: personalmente.
Credo che tutti possano gestire la propria vita come meglio credono e possano conformarsi a idee da loro scelte, credere però che le proprie idee siano giuste in assoluto è un atto di grande superbia, soprattutto in campo etico-morale.
Quello che credo manchi a molte persone che “lottano” per una revisione della 194 sia l’immedesimazione. Chi si attiene ai dettami della chiesa non deve fare sesso al di fuori del vincolo matrimoniale: non si fa sesso per piacere.
Chi non crede non è vincolato in questo senso se non da norme personali, che possono essere date dal coinvolgimento emotivo, dal piacere fisico…
Chi però si è mai trovato nella condizione di avere un rapporto si è posto, credo, il problema degli eventuali “imprevisti”. Anche la persona più attenta infatti può incappare in un incidente, anche non direttamente causato dall’interessato.
E chi si è posto il problema si è trovato di fronte ad una realtà: decidere per la sicurezza totale, la castità o per un “rischio” , basso e di poco valore se si usano le dovute precauzioni, ma pur sempre presente. La castità non può essere una soluzione per chi non crede in essa come valore. L’istinto difatti ha un potere tale che solo un “credo” o una norma etica autoimposta può frenarlo. Sarebbe fra l’altro come sostenere che la soluzione contro le carie sia l’abolizione dei dolci dalla dieta e non un’igiene orale corretta. Questo non significa che ci si debba lasciare andare in modo animalesco alle pulsioni, ma che farlo, con i dovuti ragionamenti, è lecito e naturale. Un credente che non condivida l’aborto e che abbia ad esempio una figlia è, a mio avviso, tenuto ad insegnarle l’uso degli anticoncezionali. Infatti un genitore po’ indicare un percorso “morale” al figlio, laico o confessionale, ma quest ultimo potrà non condividerlo sviluppando un suo senso critico e in tal caso, senza un’adeguata formazione, essere esposto ai pericoli della sessualità attiva. Quello che intendo dire è che chi si trovi a ragionare di persona su questi temi si renderà conto che è molto semplice esprimere un giudizio personale ed esterno sulla questione, parlare per se è semplice, ma lo stato deve parlare per una pluralità di cittadini, questa è la differenza. E sono convinta che una persona contraria all’aborto, con dei figli, se questi ultimi volessero far ricorso a questo strumento per non essere infelici si troverebbero ad un bivio. Su questo si dovrebbe ragionare, cercano di immedesimarsi anche in condizioni che talvolta possono apparire lontane.
E ora uno spunto di riflessione su quello che può essere il significato moderno di femminismo. Troppo spesso io sento parlare da ragazze a me vicine del femminismo con un tono di disprezzo, come di qualcosa che non ha funzionato, che ha fatto più danni che altro, come di qualcosa da rigettare. Innanzi tutto vorrei ricordare che solo grazie alla presenza delle donne che hanno combattuto per i loro diritti: si istruzione, di libertà di parola, di libertà dalla tutela maschile, di autodeterminazione…io, come altre ragazze sono qui ad esprimere la mia opinione.
Oggi le donne in Italia sono rispettate (?)*, ma solo le donne italiane fortunate.
Questo vuol dire che nella nostra civile patria tutti giorni avvengono abusi di vario tipo su donne immigrate o costrette in situazioni di degrado. Pare che la lotta per i diritti delle donne oggi non abbia più senso secondo molte, ma ci si dimentica delle violenze domestiche, delle imposizioni famigliari, del mobbing sul lavoro…e nel caso specifico trattato da questo blog, tutte le pressioni riguardanti la sessualità femminile che ad oggi è ancora un enorme tabù.
Io credo che si possa fare molto per andare verso un mondo davvero parificato e che questa parità non sia livellamento, ma uguaglianza nei diritti e nelle possibilità di ognuno, pur nelle diversità personali, culturali, religiose.
In questo senso il femminismo è attuale e in questo senso andrebbe perseguito.
Scusate lo stile convulso…il raffreddore sta avendo la meglio sulle capacità verbali.
*Domanda lecita: ne siamo proprio sicuri?
Felicità.
Mi pare un termine interessante per un approccio al problema della maternità e della decisione di realizzarla o meno. In questi ultimi giorni si è sentito molto parlare, su questo argomento, di responsabilità, di scelte difficili, di maturità.
Sono d’accordo su tutte e tre le questioni: per fare un figlio si dev’essere maturi, responsabili e pronti a fare dei sacrifici.
Ma che cosa spinge una coppia a volere un figlio? Le motivazioni sono moltissime, ma in ogni caso si tratta di un “desiderio”, che venga prima del concepimento o dopo resta sempre un desiderio di essere genitori. Il figlio può essere “cercato” come può “capitare”, ma io credo che chi decide di mettere al mondo una creatura abbia la precisa volontà e la chiara consapevolezza di quello che sta facendo. Sarebbe molto irresponsabile non avere idea dei sacrifici a cui si va incontro, ma ancora più irresponsabile non desiderare un figlio e farlo per dovere o per imposizione. Non mi riferisco solo a regole etiche, ma anche sociali, famigliari, spinte di ogni genere.
Ho intitolato il post felicità perché credo che il momento della nascita di un bambino debba essere segnato da questo sentimento.
Certo poi verranno le preoccupazioni, le difficoltà quotidiane, ma la felicità che si prova nell’essere madri e padri farà si che esse siano superabili. Differentemente io non credo che lo siano.
L’uomo ricerca la felicità ed è sacrosanto. Io non credo che la sofferenza sia nobilitante, sia un mezzo di elevazione… Credo che la sofferenza sia parte della vita, ma che se ci fosse stata data una vita priva di sofferenze noi non ne sentiremmo la mancanza. Le persone tendono a non crearsi sofferenze aggiuntive e immotivate, perché è innaturale. Così nessuno, credo, si priverebbe volontariamente di un’amicizia, di un amore, senza un preciso motivo e nessuno affronterebbe dolori e fatiche senza un obbiettivo.
Anche pensando solo alla vita di tutti i giorni credo che nessuno si alzerebbe all’alba per andare a lavorare se la cosa non gli desse soddisfazione e/o gli permettesse grazie al denaro guadagnato di ottenere qualcosa che lo soddisfi.
E così a volte ci troviamo a sopportare per amicizia situazioni difficili, ma lo facciamo perché abbiamo un amico, godiamo della sua amicizia ed essergli vicino in una brutta situazione è il minimo che si possa fare.
Erano esempi, ma pensiamo all’essere genitori. Un genitore ama il figlio, non è scontato, ma generalmente è così. Si alza la notte quando è malato, perché lo vuole aiutare a guarire, vuole vederlo felice e sano, ma non farebbe la stessa cosa se non lo amasse.
Non si deve credere che perché una donna ha portato per 9 mesi il figlio in grembo lo ami per forza. Da sempre esistono infanticidi, odi famigliari… Un genitore, credo, debba amare il figlio. Solo così affronterà le difficoltà serenamente, spinto dall’amore e da tutte quelle piccole soddisfazioni che da la vita a fianco di una persona speciale.
Se un figlio nasce dal dovere, quale che esso sia, le difficoltà saranno doveri e l’uomo reagisce male ai doveri. Io credo che nella nostra esistenza ci siano cose da “fare per forza” in molti casi. Già queste creano frustrazione, sofferenza e talvolta dolore. Crescere un figlio non dev’essere questo.
La maternità non è un dovere, così come la paternità. E’una scelta. Non è un atto di carità è un atto volto alla felicità e alla realizzazione personale, diciamolo pure; è un meraviglioso atto egoistico. Spesso ci si dimentica che la nostra vita è nelle nostre mani, non in quelle dei vicini, dei parenti, delle religioni. Le scelte e le conseguenti responsabilità sono nostre. Solo che alcune responsabilità sono a “scadenza” o revocabili. Se si sbaglia lavoro ci si può licenziare, se si sbaglia scuola la si può cambiare, anche un matrimonio sbagliato si può disfare, ma il figlio è per sempre e se non è nato dal desiderio, se non fa parte di un preciso progetto di vita, non si avrà la forza di potare avanti questo impegno di per se meraviglioso.
Come era prevedibile oggi è stata approvata l’indagine sulla 194 e la sua messa in pratica.
Vigilanza. Ora dobbiamo vigilare, altrimenti...chi custodirà i custodi?
Riprendendo parte del post precedente vorrei precisare alcune cose.
Prima di tutto io sono un’accanita sostenitrice delle adozioni. Certo, vorrei che non ce ne fosse bisogno, che tutti i bambini potessero nascere e crescere nella loro famiglia, ma dato che questo è impossibile sono convinta che sia un diritto del bambino poter crescere amato e seguito, non in un istituto. A suo tempo sul mio blog avevo parlato dell’argomento in quanto si era presentata all’ordine del giorno la possibilità delle adozioni da parte di single e gay.
Ora non voglio addentrarmi in una questione non pertinente con la tematica di questo blog, solo precisare che, se non esistessero pregiudiziali esterne ovvero sociali (cosa direbbero “gli altri”) sarei assolutamente favorevole anche a queste adozioni perché ritengo che l’amore di un papà solo o di una mamma o di due mamme e due papà sia molto meglio che l’indistinta attenzione di persone, per quanto stupende e preparate, che lavorano negli istituti. Una casa per ogni bambino.
Questo perché non ho ben precisato la mia posizione di assoluto rispetto per chi decide di far adottare e di adottare un bambino. Inoltre io credo che una donna che non sceglie l’aborto voglia in cuor suo avere quel figlio e che in questo caso la scelta del darlo in adozione sia dettata da fattori esterni. Su questo il governo dovrebbe lavorare, affinché ogni donna che lo desidera possa crescere suo figlio. Su adozioni più semplici, su supporto alle ragazze madri. Non su analisi di una legge cje funziona (ripeto, lo dimostrano i dati).
E ora uno spunto orrendamente autobiografico (cosa che cercherò di evitare in futuro onde evitare noie allucinanti).
Ho frequentato le elementari in una scuola gestita da religiose.
Un giorno, credo si parlasse di santi moderni, la suora maestra ci raccontò una storia “edificante” sulla maternità e il valore della vita. Una donna incinta aveva scoperto a gravidanza avanzata che quest’ ultima presentava delle gravi complicazioni. Infatti al momento del parto avrebbe potuto morire (non ci vennero ovviamente spiegati i particolari…avevamo si e no 8 anni).
La donna decise ugualmente di portare a termine la gravidanza e avere il bambino e morì di parto.
La maestra ci propose questa vicenda come modello esemplare, quasi da imitare, perché il valore di una vita “a venire” va rispettato al di là della propria vita.
Io mi ricordo che non pensai alla madre, ne a cosa l’avesse portata a fare quella scelta. Pensai al bambino e pensai una cosa un po’ dura, che ora non mi trovo a condividere nella sua espressione cruda, ma prendetela come una cosa pensata da una bambina di 8 anni. Pensai che io non avrei voluto nascere senza una mamma, che mi sarei sentita molto triste nell’essere stata la causa della morte di mia madre e che era egoistico da parte di una mamma sapere di dare alla luce un bambino che non aveva la possibilità in partenza di averla al suo fianco. Parlandone con le mie amichette (mamma mia che discorsi allegri facevamo!) trovai le stesse sensazioni, gli stessi perché.
Ora mi sono trovata a ricordare questa sensazione infantile e proprio questo mi ha fatto pensare a come un bambino possa sentirsi quando è nella condizione non solo di non avere una madre, ma nemmeno un padre, un nonno, uno zio.
Il pensiero espresso sopra era quello di una bambina di 8 anni, ma non sono forse bambini quelli che si trovano nella condizione di crescere in un istituto? Ecco perché io credo che la chiesa dovrebbe essere più cauta nel promuovere modelli di “virtù” materna quando lo stato e la chiesa stessa non danno appoggio sufficiente alle donne e alle famiglie per il mantenimento della prole.
Quello che vorrei si affermasse in Italia e altrove è il concetto di procreazione responsabile.
Il che non vuol dire, come afferma una certa parte, fare sesso solo quando si è sicuri di poter crescere un figlio. Vuol dire fare figli solo quando si ha la consapevolezza di poterli mantenere.
Altrimenti fare sesso con le dovute precauzioni. Non si può affidare al caso la maternità.
Ed ecco perché spesso mi incazzo con l’attuale situazione politica. Perché la precarietà a cui l’Italia andrà incontro non garantirà mai la procreazione responsabile, perché i soldi non sono tutto, ma danno stabilità. La stabilità, non la ricchezza chiariamo, da la possibilità di poter garantire ad un figlio vestiti, cibo, una casa. Non serve altro oltre questo e l’amore, ma a volte la chiesa punta troppo l’attenzione sull’amore (che ricordo, spesso è l’unica cosa che non manca)dimenticandosi che l’uomo non vive di solo amore. Era giusto precisare anche la questione legata alla materialità della vita, perché sebbene io sia convinta che la maggioranza delle donne scelga l’aborto per motivi interiori, a volte (pensiamo alle immigrate senza permesso di soggiorno, a chi lavora in nero, ai co.co.co) la scelta è data anche dall’aver riflettuto sull’impossibiltà di garantire un domani al figlio.
Questo secondo punto è quello da far cadere, ma non si eliminerà con una battaglia contro la 194.
Servono servizi, servono finanziamenti (magari tratti da qualche finanziamento in meno a guerre insensate?), serve una concezione del lavoro che dia delle garanzie.
E ora la pianto con il tono sindacale. A presto!
Prima del post vero e proprio vi propongo il link al blog di una ragazza che io personalmente stimo moltissimo, una ragazza che ha fatto una scelta coraggiosa, una ragazza che affronta la realtà in modo maturo e che mi lascia bn sperare, per la sua vicenda, in persone che ancora vedono l'amore come un valore. Il link è questo. Vi invito a veggere il blog come esempio del fatto che l'esistenza di una legge che permette l'aborto non sia necessariamente un obbligo ad usufruirne e soprattutto come spunto umano. Un pò per rispondere a Blanche che, giustamente, sottolineava il fatto che non tutte le ragazze e le donne che rimangono incinte in modo non programmato compiano le stesse scelte.
Ed ora colgo lo spunto eccezionale di Blanche(ancora?!), che ha commentato il post precedente con una profondità degna di lode, per parlare di due argomenti. Uno è quello che avevo già preannunciato nel post precedente: la decisione di mettere al mondo un figlio che si sa verrà poi dato in adozione e le problematiche che comporta. Il secondo è quello del perché una donna decide di abortire.
In questo caso però mi limiterò solo a dare spunti e mi piacerebbe ricevere un contributo ampio dai commenti per inquadrare meglio un problema che è inesauribile.
Adozione. Una cosa eccezionale, un atto splendido quello di accogliere un bambino rimasto solo come un figlio naturale, crescerlo, amarlo. Tuttavia il bambino si chiede sempre quali siano le sue origini, il perché dell’abbandono e spesso questo si trasforma in un problema nel sentirsi accettati, anche se i genitori adottivi sono stati eccezionali. Diciamo che il rifiuto è un sentimento che il bambino adottato prova al di la delle attenzioni e dell’affetto dei genitori adottivi. Resta per lui un chiodo fisso il perché la sua vera madre abbia deciso di lasciarlo in un istituto.
Ma potremmo ribaltare la situazione. Potremmo pensare anche a quello che può provare una donna nel momento in cui vive in simbiosi con un altro essere all’interno del suo corpo per nove mesi, che lo da alla luce con sofferenza e che poi, per mille motivi, spesso economici e sociali in questo caso, decide di non vederlo crescere. Cosa proverà questa donna ogni volta che penserà a suo figlio? Cosa proverà nel non essere con lui il giorno del suo compleanno? Il giorno in cui ha dato alla luce una parte di se? Cosa proverà pensando che sta per affrontare tutte quelle tappe che un bambino affronta nella crescita:il primo dente, il primo passo,le prime parole, il primo giorno all’asilo…?
Io credo che solo una persona molto forte possa affrontare una situazione del genere. Ma cosa differenzia queste sensazioni da quelle di una donna che ha deciso di non tenere il bambino?
Poche cose, perché anche lei penserà vedendo altri bambini a come avrebbe potuto essere suo figlio a quell’età, in quella situazione…
Però non ci sarà stata l’esperienza della gravidanza e del parto, che lega indissolubilmente due esistenze, che le relaziona per sempre. Sono due scelte parallele in questo senso, in entrambi i casi dolorose e con forti ripercussioni. La chiesa ad esempio è chiara: meglio mettere lo stesso al mondo il bambino. Ma io mi sento di dire che non sono vigliacche quelle donne che non vogliono dover pensare tutte le volte che incontrano un bambino dell’età che ha quello da loro dato in adozione che magari potrebbe essere lui, che non se la sentono di dare alla luce un figlio che non potranno crescere, che non potrà avere la madre a fianco. Mi è capitato di sentire una religiosa affermare che le donne che decidono di partorire e affidare ad altri il figlio piuttosto che abortire sono responsabili e compiono un atto d’amore. No. Fanno una scelta, difficile e combattuta come quella di coloro che decidono di non tenere quel bambino fin dal primo momento. In entrambi i casi la donna soffre e non si deve pensare che le sia di consolazione sapere di aver fatto “la cosa giusta” per alcuni. Non si può condannare un abbandono e favorirne un altro. Bisognerebbe dare a tutte le donne la possibilità di veder crescere i propri figli. Una donna che decide di partorire ugualmente lo fa perché ama quel bambino. Non perché lo dice la chiesa, non perché teme una condanna. Le donne che abortiscono lo fanno, perché pur nel dolore hanno deciso di non volere la maternità, ma chi ricorre al dare in adozione il neonato vive la maternità. E in questo caso vi rinuncia per questioni spesso non dettate dall’io, ma da altro-i.
Ecco su cosa si dovrebbe lavorare. Non sul negare l’aborto, ma sull’impedire che una donna sia costretta a mettere al mondo un figlio che forse vorrebbe, ma non può mantenere, a cui non può garantire una casa, un futuro.
Questo è il vero problema, anche nell’interesse dei bambini.
E ora la seconda questione.
Ci sono varie motivazioni per cui una donna ricorre all’aborto a mio avviso. Alcune legate a fattori esterni: economici, sociali, di famiglia, di rapporto di coppia, di lavoro.
Questi fattori sono quelli su cui i consultori lavorano affinché ,per quanto possibile, gli impedimenti alla maternità vengano rimossi. Se una donna viene minacciata di licenziamento in caso di gravidanza un avvocato può risolvere la questione. Se la donna ha paura che la cosa metta in crisi una relazione di coppia instabile può essere d’aiuto l’appoggio di un consulente. Se la donna, giovane, ha paura delle reazioni dei famigliari uno psicologo può aiutarla ad affrontare la situazione. Se il problema è economico un assistente sociale può aiutare la futura mamma a trovare un impiego o una struttura che la possa accogliere per un periodo di tempo.
Poi però ci sono i fattori ineliminabili. Quelli che determinano da subito una volontà a non tenere il bambino e sono i fattori legati all’io della donna. Una donna può non desiderare essere madre. Una donna giovane può non sentirsi pronta (e non si dica che allora non era pronta nemmeno per fare sesso, quello, ripeto, è una cosa diversa. Donne “responsabili” che usano tutte le precauzioni si sono ritrovate a dover scegliere per un gioco del caso che ha causato un problema). Una donna può essere stata vittima di violenze e non volerne il frutto. Quando la donna esprime chiaramente una motivazione di questo tipo per ricorrere all’interruzione di gravidanza le si dovrebbe concedere il ricorso alla pratica, perché non si tratta di fattori esterni, ma interni, di conflitti personali. Una donna che non desidera un figlio non può essere obbligata da nessuno a tenerlo. La maternità è una vocazione, forse una delle ultime vere vocazioni del nostro tempo. E’ qualcosa di troppo importante per viverlo con leggerezza. Leggeri si dimostrano coloro che credono che gli unici fattori determinanti siano quelli esterni. Ora non vi tedio oltre. Spero che il dibattito sia vispo e vi ricordo che se volete essere inclusi ai blogger che appoggiano questa iniziativa dovete solo lasciarlo scritto in un commento.
Ho sentito il bisogno di aprire questo blog, perché ultimamente questo argomento è stato trattato dalle persone sbagliate con molta leggerezza.
Ho sentito parlare di commissioni su questa legge, ho sentito vescovi e prelati esprimersi pubblicamente nei modi sbagliati.
Un blog non è molto, ma in America i bloggers hanno dimostrato le loro potenzialità boicottando iniziative e addirittura intere campagne elettorali, hanno fatto sentire la loro voce.
Non ho di queste velleità, solo voglio che se ne parli e riparli allo sfinimento, che le notizie circolino, perché in gioco c’è la nostra vita non un ideale politico, non una realtà etica astratta: a nostra vita. Ed io, nel caso, mi auguro che saremo pronti a scendere in piazza a difenderla.
Ho sentito il bisogno di aprire questo blog, perché ultimamente questo argomento è stato trattato dalle persone sbagliate con molta leggerezza.
Ho sentito parlare di commissioni su questa legge, ho sentito vescovi e prelati esprimersi pubblicamente nei modi sbagliati.
Un blog non è molto, ma in America i bloggers hanno dimostrato le loro potenzialità boicottando iniziative e addirittura intere campagne elettorali, hanno fatto sentire la loro voce.
Non ho di queste velleità, solo voglio che se ne parli e riparli allo sfinimento, che le notizie circolino, perché in gioco c’è la nostra vita non un ideale politico, non una realtà etica astratta: a nostra vita. Ed io, nel caso, mi auguro che saremo pronti a scendere in piazza a difenderla.
Ho sentito il bisogno di aprire questo blog, perché ultimamente questo argomento è stato trattato dalle persone sbagliate con molta leggerezza.
Ho sentito parlare di commissioni su questa legge, ho sentito vescovi e prelati esprimersi pubblicamente nei modi sbagliati.
Un blog non è molto, ma in America i bloggers hanno dimostrato le loro potenzialità boicottando iniziative e addirittura intere campagne elettorali, hanno fatto sentire la loro voce.
Non ho di queste velleità, solo voglio che se ne parli e riparli allo sfinimento, che le notizie circolino, perché in gioco c’è la nostra vita non un ideale politico, non una realtà etica astratta: a nostra vita. Ed io, nel caso, mi auguro che saremo pronti a scendere in piazza a difenderla.